c a s T i N g LIVE / 16 febbraio 2005

::: Cesare Pietroiusti - artista


Se ci vedesse Pasolini…  
di Cesare Pietroiusti

La scena centrale, in termini di significato complessivo del film, del Salò pasoliniano, è il banchetto nuziale a base di merda.. Mentre i giovani obbligati a mangiare le loro stesse feci ne provano ovviamente schifo, gli adulti – i carnefici maschi rappresentanti del potere (il Duca, l’Eccellenza, l’Eminenza e il Presidente) nonché le mezzane e megere che fungono da narratrici e da maestre di vita – mangiano anche loro il medesimo “cibo” e non solo non manifestano alcun ribrezzo, ma anzi esprimono sincero godimento nei confronti di quella “prelibatezza”, come se fosse la cosa più buona e gustosa del mondo. La iniziale sorpresa dello spettatore di fronte a questo strano comportamento (si prova addirittura, forse per l’unica volta del film, un attimo di solidarietà verso i “cattivi” perché sembra si stiano sottoponendo alla stessa pena delle vittime) lascia il posto ad una accresciuta sensazione di inquietudine ed estraneità. I carnefici, gli “adulti”, sono così perché hanno subìto una trasformazione antropologica, sono morti alla loro umanità sensibile, alla capacità di soffrire e provare disgusto. Probabilmente, si pensa, sono anch’essi passati attraverso le stesse pene dell’inferno che stanno facendo subire alle loro giovani vittime. E, improvvisamente, allo spettatore del film appare la visione e l’interpretazione, rassicurante e tragica insieme. L’inferno vissuto dai giovani e dalle giovani del film è l’universo, normale, banale, inevitabile, del compromesso, del consumismo, dell’ideologia. Tutto ciò che fa piazza pulita dei sentimenti e delle sensazioni, che azzera ogni capacità di provare dolore, che fa mercanzia dei corpi e marmellata delle menti, e trasforma ogni residua energia vitale in una ossessiva, perversa e macabra ricerca dell’eccitazione, dello stimolo.
Si capisce, i felici mangiatori di merda siamo noi. I cittadini dello stato della società dello spettacolo, i lavoratori forzati del consumo (che, come dice Baudrillard, pagano per lavorare), gli elementi numerici dell’audience televisivo, gli zombie della pubblicità senza più un desiderio riconoscibile come proprio, gli elettori di una marca di saponette, i tifosi di una squadra di calcio o di una nazione o di una religione in guerra, i nervosi guidatori di una SUV…
C’era un tempo in cui non eravamo così. Non un tempo storico, certamente. Semplicemente il tempo della nostra infanzia ingenua, di un desiderio senza potere, di un’energia senza appartenenza, di un io percepito come un vuoto da riempire. Quello era (almeno, così me lo ricordo io) un tempo soprattutto di una grande indistinta paura che, ad un certo punto, prende le sembianze del terrore di restare esclusi dal gruppo, privi di un ben preciso e funzionante genere sessuale, diversi, incapaci e soli. Quando si capirà che anche per tutti gli altri era così – e nessuno lo diceva – sarà troppo tardi: nella scelta fra il non-essere e l’ingranaggio, fra la diversità e l’obbedienza, fra il vuoto e la merda da mangiare, avremo già fatto la nostra scelta.
A volte, perfino con euforia.

Quando ho recentemente rivisto Salò o le 120 giornate di Sodoma il paragone con il progetto Casting in cui ero stato coinvolto poco prima, mi è parso inquietante e significativo. Un gruppo di giovani, gli studenti di un laboratorio dello IUAV, fanno da “reclutatori” del materiale umano, così come i “collaborazionisti” nei panni dei miliziani fascisti del film di Pasolini. I giovani reclutati, in questo caso come in quello, vanno al macello, e - almeno così a me è sembrato - condividendo un certo candore più inconsapevole che rassegnato.
Infine, gli adulti della giuria, noi. In fila dietro una cattedra ad osservare e giudicare comportamenti, attitudini, fisicità, alla ricerca del momento di eccitazione (nostra) che avrebbe motivato la scelta e sancito il vincitore del concorso, il prescelto, volontaria (!) vittima scarificale di una grande campagna pubblicitaria ad personam sui muri di Venezia durante la Biennale (!!).
Casting e’ un progetto divertente, spietato e violento, che gioca su un terreno delicato senza troppo curarsi del  livello di coscienza critica dei partecipanti. Soprattutto, però, e’ la creazione di un dispositivo che è ambiguo in modo complesso, e in cui si opera su vari piani contemporaneamente e per il quale ciascuna lettura interpretativa è immediatamente confutata da un’altra altrettanto possibile. Anche in questo fatto c’e’ qualcosa di simile col film di Pasolini che – come ne scrisse lui – volutamente gioca sull’alternanza repulsione/familiarità, orrore/banale, assurdo/normale.

Se ci vedesse Pasolini... chissà se ci considererebbe una ulteriore grottesca e patetica dimostrazione della sua visione profetica, oppure una parola, una frase, dello stesso discorso della sua disperata denuncia.
Probabilmente, un po’ e un po’.