c a s T i N g LIVE
/ 16 febbraio 2005

::: Carlo Montanaro - regista, saggista e docente di storia del linguaggio audiovisivo


Lo scontro fu molto aspro. Quell'allieva se l'era proprio presa. Non tanto con Vedova, il suo maestro di pittura, quanto con me, professore di "teoria e metodo dei mass media" e che, all'epoca -venti, venticinque anni fa- meno impegnato professionalmente all'esterno trovavo il tempo per passare delle ore negli atelier dell'Accademia, conoscendo meglio i miei colleghi ma anche i miei allievi. Già allora, infatti, per sostenere il mio esame, chiedevo la realizzazione di un piccolo film che possibilmente rappresentasse la trasposizione in un altro linguaggio della loro ansia creativa. Non eravamo ancora entrati nell'epoca della videoregistrazione, c'era solo la pellicola, il super8, e, di massima, i film glieli realizzavo tecnicamente io, mettendo le luci, inventandomi i trucchi, facendo l'operatore, eseguendo il montaggio, eccetera. E aiutando gli allievi, magari, a capirsi un po' meglio quando progettavano il loro film, andando per i laboratori a vedere qual era la loro reale forma e qualità espressività. L'allieva si era momentaneamente assentata forse per pulire i pennelli mentre, con Vedova, commentavamo la sua opera. Un informale anche interessante, ma centrato su una sorta di contenitore tondeggiante e, quel che conta, rosseggiante: "Sembra un utero sanguinante" ci venne spontaneo osservare, mentre la ragazza ci raggiungeva alle spalle. Non disse nulla, al momento. Aspettò che io salutassi e mi raggiunse in corridoio: "Ma come si permette" mi aggredì "di interpretare in modo addirittura fisiologico un atto puramente formale". E io dagli a spiegare che c'è l'inconscio che agisce sotto sotto, che guida la mano dell'artista anche se non vuole, che pitturando, poi, uno si mette in piazza perché esporre significa confrontarsi con la sensibilità degli altri, che alle volte nelle opere possono trovare significati che sfuggono allo stesso artefice, eccetera. Lei non voleva sentir ragioni e credo addirittura che poi non volle nemmeno affrontare l'esame del mio corso. Passarono cinque, sei anni. Un giorno, alla fine di una lezione, mi ritrovo davanti quell'allieva. Imbarazzato cerco di scansarla quando, invece, lei mi viene in contro chiedendomi scusa. Accompagnandomi verso casa mi spiega che c'è voluto del tempo ma che ora finalmente ne è uscita. Era stata violentata appena adolescente e l'avevano perfino fatta abortire. Per questo, pitturando, c'era stata l'ossessione di quel "contenitore" tondeggiante e crudamente rossastro perché lei, allora, voleva nascondere la violenza, non voleva si sapesse, si vergognava. E più cercava di superarlo e più, alla fine -ora lo riconosceva- diventava palese questo suo stato di tensione emotiva. Col passare del tempo, però, si era rasserenata, riequilibrandosi. E aveva voluto venirmelo a dire: magari le sarà anche calata, questo non lo so, l'ansia creativa, ma si era pienamente ritrovata come donna. Non è per questo, ma è anche per questo che, facendo lezione, spettegolo, ovvero reputo opportuno raccontare anche vizi e virtù degli artisti. Meglio i vizi, per verità, che non sono solo più divertenti ma anche più esemplari. Certo, quando un allievo all'esame mi vuole "spiegare" il suo film prima ancora che io lo veda, gli chiedo se è disposto a vivere nella casa di un possibile acquirente di una sua opera per continuare a comunicare al mondo quello che teme non sia palese. Ma nel contempo credo fondamentale conoscere "anche" attitudini e comportamenti, accadimenti e incontri, amori, amicizie e conflittualità. Si comprende meglio Dalì sapendo di Gala. Si apprezza di più Duchamp conoscendolo come grande giocatore di scacchi. Si capisce di più Man Ray quando afferma che i suoi interessi più pressanti sono "le donne e le automobili di lusso". E' per questo che ho creduto subito in Casting. Ho pensato fosse una grande idea cercare di identificare un artista non dalle sue opere ma dal modo in cui sapeva presentare il suo mondo interiore. Confrontandosi con la realtà della vita più che con la creatività. Offrendosi promozionalmente come un "prodotto" dato che la società dell'oggi fa ancora finta di parlare dell'arte come di un qualcosa di esclusivamente alto e puro, mentre in realtà non si può non continuare a fare i conti con il business, con quegli interessi biecamente economici che, peraltro, a pensarci bene, innescavano già i contrasti addirittura fisici tra Tiziano e Tintoretto, o gli scontri verbali tra Michelangelo e papa Giulio II, sempre con, sullo sfondo, i medesimi scenari legati alla committenza, alle quotazioni, ai costi. E allora ben venga Casting che, con leggerezza, gioca con l'immagine dell'artista e, di conseguenza, smitizza o prova a smitizzare l'indotto economico che qualifica prodotto e profitto. Ben venga Casting per porre in evidenza il problema: a livello assoluto, gestendo cioè la promozione con regole analoghe a quelle più banalmente pubblicitarie; ma anche a livello relativo, ovvero cercando di capire -come è stato possibile verificare durante la "selezione"- perché l'artista che scrive di se stesso anche solo rispondendo a un questionario risulta poi, mediamente, molto diverso quando si confronta personalmente, dialetticamente, sulle medesime problematiche. Come se fosse molto più facile nascondersi dietro alle parole piuttosto che dietro alla pelle. Come se fosse più inventivo scaricare passionalmente nella creatività gli squilibri emozionali invece che controllarli e trasformarli nella fonte istintiva e reale, e proprio per questo estremamente vissuta, della propria qualità espressiva.
Carlo Montanaro