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/ 16 febbraio 2005

::: Saverio Simi de Burgis - storico e critico d'arte


Ma allora artisti si nasce o si diventa? Da quando Beuys e Warhol, sulla scia dell’esempio duchampiano, hanno coinvolto le “moltitudini” nel condividere una scelta creativa all’interno della propria esistenza - riassumibile nella celebre affermazione beuysiana, diventata slogan, per la quale “ogni uomo è un artista”, - gli usuali parametri e valori di giudizio nel complesso mondo dell’arte sono stati sovvertiti. Attualmente le accademie, ancora luoghi deputati all’insegnamento delle arti dove fino ad alcuni anni fa il numero degli iscritti era limitatissimo a pochi adepti, sono sempre più affollate di studenti spingendo di fatto, grazie anche alla recente riforma cui sono soggette tali istituzioni, alla nascita di nuove facoltà universitarie che accolgono i sempre più desiderosi, riscaldati dal sacro fuoco dell’arte, di avvicinarsi a questo mondo o di voler specializzarsi in tali ambiti di studi. Paradossalmente l’incremento demografico della popolazione studentesca, ha causato, rispetto al passato, un prolungamento del parcheggio all’interno di tali istituzioni generando ulteriori problemi per chi desidera fare l’artista, inteso come professione utile a “sbarcare il lunario”, ruolo che ufficialmente nella nostra società - e parlo soprattutto della realtà italiana in una condizione di estrema arretratezza culturale rispetto persino a paesi più evoluti dell’Europa dell’Est - non trova ancora un effettivo e concreto riscontro. Se prima era difficile trovare “un posto al sole”, oggi lo è tremendamente di più, e una volta conquistato è difficile mantenerlo. A complicare le cose sono subentrati nuovi criteri di valutazione sostanzialmente basati sul fatto che, alla fine, è indifferente essere più o meno dotati di un qualsiasi talento artistico, l’importante sembra consistere nel saperci fare, sapersi vendere, dimostrare di sapersi gestire e di disporre di una buona dose di capacità strategica autopromozionale che, a detta di tutti, appartiene più al mondo dello spettacolo che a quello specifico dell’arte, almeno così intesa come poteva esserlo fino a qualche tempo fa.
Su questi presupposti è nato l’interessante e stimolante “osservatorio” di Casting, ideatore e vero protagonista di tutta l’iniziativa che vede coinvolti in prima persona un gruppo di giovani artisti quali Mara Ambrozic, Nemanja Cvijanovic, Anna Longo, Lucia Maggio, Natasa Radovic, Max Seibald, Veronica Voltolina, Thanos Zakopoulos. Sono loro che hanno formulato il questionario intervenendo sulla prima selezione dei 158 partecipanti al concorso, scegliendone una rosa di 12 candidati i quali, in conclusione, sono stati sottoposti a un’ultima prova consistente in un’ulteriore intervista, con domande di ogni genere spesso con impliciti contenuti provocatori, condotta da una giuria esterna, individuata e nominata sempre dal gruppo organizzatore di Casting. Unica fondamentale eccezione d’obbligo quella di non sollecitare il candidato a entrare in merito al proprio lavoro artistico che assolutamente, sin dall’inizio, non doveva né deve essere oggetto di alcuna valutazione critica da parte del gruppo di Casting. Ovvio che la stessa regola è valsa nell’elaborazione delle domande improvvisate dalla giuria al momento dell’ “intervista” a ciascuno dei 12 concorrenti selezionati. Ne è uscito un vincitore, Gerardo Gimona che è stato scelto, cito, “…per l’immagine d’artista che il candidato è riuscito a comunicare” e, - continuo con la motivazione enunciata da Casting nell’assegnazione del riconoscimento, - “è stato favorito dalla sua personalità, dalla sua originalità, dalla sua brillantezza, dalla sua capacità relazionale, dalla sua intelligenza e dalla sua consapevolezza, sia rispetto alle dinamiche del sistema dell’arte, sia rispetto al lavoro dell’artista oggi: tutte qualità utilissime a chi aspiri al successo in campo artistico”. Il tutto ovviamente a scatola chiusa non conoscendo assolutamente che tipo di ricerca Gimona porti avanti nella sua arte che, per quanto riguarda anche la fase successiva promozionale della sua immagine in quanto artista, sarà del tutto irrilevante e non verrà presa minimamente in considerazione.
Ora la patata bollente passa nuovamente a Casting che nonostante la disponibile complicità assicurata dal vincitore del premio, dovrà dimostrare di riuscire a promuovere Gerardo Gimona nel costruire la sua notorietà, tappezzando Venezia con 200 manifesti riproducenti le sue effigi accompagnate da un accattivante spot pubblicitario. Il lancio del nuovo artista è previsto, anzi dovrà sicuramente avvenire, durante il periodo dell’inaugurazione della prossima Biennale, in modo da cercare di conquistare i media, le televisioni, i giornali, le riviste più o meno specialistiche, i quotidiani locali e non, e soprattutto il grande pubblico: ma sarà davvero così semplice riuscire incondizionatamente a superare le varie lobbies e tutti gli altri ostacoli che sembrano determinare il successo o il definitivo insuccesso di un artista? Certo se l’operazione dovesse riuscire, potremmo convincerci più facilmente che tutti artisti lo possiamo davvero diventare, basta soltanto volerlo. Con una sola finale constatazione: è veramente ancora fondamentale e necessario essere riconosciuti come personalità, soggetto e autore di qualche cosa, in un sistema generale dell’arte che non si sa come e in che direzione, ma sta continuamente modificandosi?
E in un sistema globalizzante che sta esasperando il culto della personalità, non potrebbe forse accadere il contrario e cioè di ritornare a una più qualitativamente necessaria e concreta valorizzazione dell’opera, dell’oggetto esteticamente valido di cui tutti, alla fine, avvertono la clamorosa mancanza? A proposito di questo nostro scetticismo e delle conseguenti perplessità, potrebbe giovare riflettere su alcuni periodi della cultura occidentale o di altre tradizioni diverse dalla nostra, nelle quali il sistema dell’arte, anche nei riflessi economici che contribuivano a strutturare e a riflettere i risultati estetici nell’ambito sociale, per lunghi periodi funzionò perfettamente nel diretto riscontro e diffuso consenso rivolto alle opere in quanto tali, che venivano realizzate da autori che rimanevano degli illustri sconosciuti ma che continuavano a garantirsi il lavoro per sé e per i propri discendenti nel tramandarsi le conoscenze all’interno delle botteghe di generazione in generazione, rimanendo, pur nella loro affermazione e riconoscimento,
sostanzialmente anonimi.
John Ruskin, fra l’altro nella sua dichiarata adesione al nascente marxismo di allora, a proposito delle grandi opere prodotte nel Medioevo, la pensava esattamente così e, sebbene in termini diversi ma egualmente conseguendo un concreto, anche se parziale, successo, ripropose quei modelli nel periodo in cui visse. E, come rileva Udo Kultermann, molte delle istanze che Ruskin elaborò alla metà dell’Ottocento in relazione a un’ideale unificazione di arte e vita, eticità e società, cultura e comunità devono ancora essere prese adeguatamente in considerazione dalla critica nei risultati da lui ottenuti durante la sua esistenza, ma anche negli influssi da lui determinati negli anni successivi alla sua scomparsa.
Oggi l’eccessiva rincorsa alla notorietà e il principio finora considerato valido e imprescindibile dell’autoaffermazione potrebbe sortire, di riflesso, un effetto contrario e, in parte, tale fenomeno, soltanto considerando la miriade di artisti che proliferano come funghi nel nostro pianeta e dei quali spesso è difficile ricordarne il nome, si sta già concretamente affermando, anche se, bisogna ammetterlo, nel nostro ammalato egocentrismo, la condizione di non essere riconosciuti “auctores”, ma unicamente “artifices” cioè strumenti, mezzi anziché protagonisti di ciò che realizziamo e di scadere nella condizione di un triste anonimato, ci infastidisce molto e siamo ancora fortemente convinti che ciò non potrà mai completamente avvenire.
In conclusione, in questo contesto di nuovo e ci auguriamo promettente fermento e interesse maturato soprattutto nei confronti dell’arte contemporanea che, comunque, in molti dei suoi gangli fondamentali, - gallerie, musei, mercato e promozione dell’arte, collezionismo, supporti critici e curatoriali, rassegne, esposizioni più o meno importanti, riviste specialistiche e di informazione generale, istituzioni varie deputate all’insegnamento e alla diffusione dell’arte, in definitiva in tutto ciò che rientra nel grande calderone dell’industria culturale, - rivela aspetti di una crisi che potremmo definire irreversibile, il progetto sperimentale di ricerca condotto sul campo da Casting, al di là dei risultati ottenuti, potrà sicuramente offrire delle risposte utili a comprendere meglio il sistema che stiamo vivendo e magari proporre qualche soluzione valida da seguire per l’immediato futuro.
Saverio Simi de Burgis