Vernissage
51. Biennale di Venezia

9 giugno 2005

 


Presentazione del casTiNg presso la Fondazione Bevilacqua La Masa

3 giugno 2005

Palazzetto Tito, Venezia


Manifesti (alterati)

giugno 2005

Venezia


c a s T i N g / Il traguardo verso la Biennale 2005

INTERVISTA a Gerardo Gimona / 15 marzo 2005:


DOMANDA. Gerardo, sappiamo che hai delle origini lontane: raccontaci un po' della tua infanzia in Argentina e dei successivi trasferimenti. Pensi che abbiano influito sul tuo modo di essere attuale, sul tuo modo di essere artista?

RISPOSTA: Come volete che questi spostamenti non abbiano influito sul mio modo di essere?
La domanda che invece mi faccio è come hanno influito, dove hanno influito, quando, perché, cosa (o meglio: su cosa) hanno influito?
Non lo so. Non so dare risposte, non so rispondere esattamente, in modo pulito.
Allora mi chiedo perché non posso dare risposte e sono convinto che è semplicemente perché sono io, proprio io, io stesso ad essere la vittima, "oggetto" di questi spostamenti. Io li subisco e non posso sapere perché. (Sa forse il Papa perché Alì Agca ha cercato di ucciderlo? Non credo, lui è soltanto vittima dell'attentato).
Bisognerebbe forse, allora, fare questa domanda al vero artefice dei miei spostamenti, al mio personale Alì Agca, che mi rende vittima. Ma anche se lo trovassimo, cosa che dubito, chissà che anche lui non ceda la domanda ad un suo personale Alì Agca di cui è vittima, e così via.
Posso in compenso raccontarvi lo svolgersi, più o meno oggettivamente, dei miei trasferimenti.
Da quando sono nato ho vissuto fino all'età di nove anni circa nel quartiere di Villa Urquiza, nella città di Buenos Aires. Vivevo la mia infanzia con i miei genitori ed il mio fratellino in un appartamento al secondo piano di un edificio. L'appartamento aveva un modesto balcone con gerani e divani arancioni con arabeschi. Lo ricordo come un appartamento molto bello, ma forse solo perché nel ricordo le cose son più belle. Il quartiere era abbastanza tranquillo, nonostante la città fosse immensa e caotica.
Nel dicembre del 1990 i miei genitori concretizzarono un'idea che avevano già da tempo: trasferirsi con i figli nel paese natale di mio padre: l'isola di Grado, nel nord d'Italia. Questa emigrazione non si deve a nessuna ragione speciale, almeno credo. Ci trasferimmo in parte per questioni economiche, ma principalmente si trattava di ragioni che potrei chiamare di "qualità di vita" .
Poi quasi tredic'anni di vita vissuta a Grado, con la mia famiglia, di cui non racconto nulla perché sono un po' stanco di scrivere.
Vennero anche gli studi universitari. Frequentai per due anni l'Accademia di Belle Arti di Venezia, un'enorme acquario pieno di curiosi pescioni colorati; confesso, l'espressione la devo ad un mio ex professore.
In quegli anni conobbi una ragazza spagnola, nella residenza universitaria in cui vivevo. Lei si trovava a Venezia grazie a questa cosa positiva che si chiama Programma Erasmus. Studiava architettura. Cupido ci lanciò una freccina che ci trafisse come uno spiedino. Da quel momento fummo più o meno inseparabili.
Questo significa che io la seguii, nell'ottobre 2003, aprofittando anch'io di uno di questi positivi Programmi Erasmus, fino alla città di Valencia. Lei non voleva lasciare la sua terra. Per me invece, in qualche modo, faceva lo stesso. Questa è l'unica ragione per la quale mi trovo, in questo stesso istante, nella città di Valencia.
Cupido è colpevole di un sacco di cose.

D. Perché hai deciso di partecipare a Casting?

R. A questa domanda ho già risposto nel vostro questionario. Cercherò di riassumere ciò che vi ho già raccontato.
Tutto avvenne in seguito ad una specie di illuminazione. Credo fosse il giorno 28 dicembre 2004 che mi fu "rivelata" assurda verità.
Mi spiego meglio.
Già da un po' di tempo, nella città di Valencia, provavo timidamente a sopravvivere cercando di vendere i quadri che faccio. Ma quel 28 dicembre, un giornalista che conosco, e al quale avevo chiesto aiuto, mi spiegò con notevole chiarezza cosa dovevo fare in questo mondo per riuscire a vendere i miei quadri.
Mi fece comprendere, in qualche modo senza volerlo, che dovevo, senza scrupoli, apparire. Non c'era altro modo. Apparire ad ogni costo. Magari anche spesso. Vendere l'anima a Satana, pur di apparire. Non importavano i miei quadri, proprio a nessuno.
Io tutto questo lo sospettavo da tempo, ma per la prima volta lo capivo, lo sentivo. Fu, per me, come una rivelazione, più o meno come Fatima per suor Lucia, con tutto il rispetto.
Trascinato dall'entusiasmo di quella epifania decisi, logicamente, ma pure inspiegabilmente, di partecipare al concorso Casting (dove non importano i miei quadri), del quale ero venuto a sapere casualmente alcuni giorni dopo.
Non so cosa significhi, io non so se volevo vincere, ma l'ho vinto. Ho vinto questo concorso che vuol far di me una sorta di star. (Mi sento un po' Taricone, ecco).

D. Come hai imboccato la strada dell'arte?

R. Da piccolo disegnavo. Poi ho continuato e ancora lo faccio.

D. Oltre all'arte quali sono le tue passioni? Cosa ti piace?

R. L'arte non è una mia passione. Soltanto mi piacciono i quadri. E non sempre.
Mi piace la musica, forse più di ogni cosa.
Forse non ho vere passioni. A volte una cosa qualunque mi entusiasma.

D. Quale pensi sia il ruolo dell'artista e dell'arte nella nostra società?

R. Di solito quando penso agli artisti che oggi mi circondano, dirò la verità, divento nervoso, cinico, antipatico. Perché mi comporto così?
Gli artisti di oggi, quelli che chiamo "artisti-biennale", sono veramente infaticabili. Instancabili, irriducibili creatori.
Producono senza sosta.
Penso allora, e ancora, a Duchamp. Com'era stanco Marcel! Com'era stanco...
Perché faceva quel che fece, Marcel Duchamp? Mosso da un'inspiegabile devoir de paresse. Mosso dal dovere di pigrizia.
(Penso anche a Bonnard. Com'era stanco Pierre Bonnard! Dipingeva vinto dal tedio!) Eppure gli artisti-biennale, che non sembrano esser stanchi come Duchamp, sono più o meno tutti, una ciurma urlante di infaticabili seguaci, di seguaci, in qualche modo, di Duchamp. Cos'hai combinato, Marcel? (Ma chi l'ha capito? Chi ha capito? C'è da capire?).
Vorrei dire qualcos'altro, ma non so come.
Gli artisti-biennale: instancabili lottatori.
Ma così è facile. Più degno di merito è essere stanchi e continuare a lottare.

D. Pensi mai a quello che vuoi comunicare al pubblico?

R. Sì, purtroppo. Ma "il pubblico" non merita che pensi troppo, non merita.
A cosa serve pensare tanto a quello che vuoi comunicare se poi vieni sistematicamente, sempre, frainteso? Tanto vale, allora, non pensarci, o pensarci appena. Eppure ci penso...
(A me questa teoria secondo la quale sempre ci si fraintende sembra, ormai, legge di vita. E' per questo che vi chiedo: cercate di fraitendermi il meno possibile, almeno fraintendetemi 'nel bene', per favore...).