movements/sounds installation/1997

 
movements/sounds installation/1997
     

Installation View of the Art Box

MOVEMENTS / SOUNDS

1997

 

Photo-audio installation at the collective exhibition Biennale of Young Artists from the Mediterranean at the MUSEUM OF MODERN AND CONTEMPORARY ART (MMSU), Rijeka, Croatia.

1997



L’ippologia considerata come scienza esatta dei movimenti del cavallo ci introduce all’arte veramente meccanica del motore. La geometria analitica del galoppo delle cavalcature, in Muybridge per esempio, rinnova l’attrazione geometrica troppo elementare del corpo che combatte al passo. Ormai l’oggetto conta meno del tragitto, della sua traiettoria; con gli studi cinematici bisognerà scovare e inseguire quei movimenti sconosciuti che si propagano intorno all’oggetto in movimento. Grazie al fucile cronofotografico di Marey, la corsa del cavallo, il volo dell’uccello e l’andatura dell’uomo saranno resi nella concatenazione continua dei gesti dello spostamento. L’ultima caccia consisterà in un “safari fotografico”, che più che far vedere l’animale mostra l’invisibile successione dei momenti del movimento: la linea di volo, la struttura stroboscopica del corpo in movimento (l’invisibilità della velocità).
Ho trovato particolarmente interessante la ricerca del movimento umano che hanno svolto Muybridge e Marey. Muybridge, nel corso dei la sua vita, ha descritto ogni possibile movimento umano con più di 100 000 fotografie; ogni semplice movimento veniva rappresentato con decine di fotogrammi ( i fotogrammi “a scatti”), mentre Marey descriveva un movimento con un fotogramma solo, usando la lunga esposizione, fondi neri e vestendo i suoi modelli con una tuta elastica nera con delle strisce bianche; quindi solo le strisce, impregnate di luce rimanevano impresse sulla pellicola; diventavano tracce, sagome geometriche, la struttura stroboscopica del corpo umano in movimento. La velocità diventava visibile.
Come mio fondale nero ho scelto Venezia, la città perfetta per fare fotografie notturne, usando tempi di esposizione molto lunghi, a causa della scarsa illuminazione. Ho sfruttato le sue calli nascoste, gli angoli quasi completamente bui ma innanzitutto i ponti che attraversando mille canali rendono possibili gli spostamenti umani quotidiani.
I due soggetti (l’uomo, il luogo) dovevano avere un significato più profondo: il ponte, o piuttosto l’arco, uno dei tre archetipi archittetonici, e il movimento umano, dato che il mio primo soggetto non fu tanto l’uomo quanto la sua andatura, il tentativo di trascriverne il movimento (nascosto nell’evidenza).
L’ istallazione Movimenti/Suoni varia sia le sue dimensioni sia il modo di essere esposta e offre il massimo se non è chiusa in un box. Usando le immagini fotografiche proiettate, le onde della luce viaggiano in aria, coinvolgono tutto lo spazio, tutte le strutture archittetoniche. Avendo i mezi tecnici necessari, i diaproiettori dovrebbero proiettare le immagini sugli edifici vuoti (durante la notte ovviamente), mimetizzando così il confine tra le varie arti, tra le esigenze e i modi di vedere le cose che ci circondano e che non notiamo più, soltanto perché hanno perso la loro funzione, quindi restano vuote, inutilizzate, dimenticate.
L’ Art-box costruito per la Biennale Giovani di Fiume ha la facciata anteriore rettangolare, è dipinto tutto di rosso (il colore presente in tutte le diapositive) ed è perforato con tre fori.
I fori saturano la nostra attenzione-concentrazione e dirigono la percezione verso la profondità virtuale dello spazio che stiamo osservando. I fori si trovano su tre altezze:160 cm (altezza degli occhi dell’uomo), 140 cm (altezza degli occhi della donna), 100 cm (altezza degli occhi del bambino). Ogni foro ci offre una visione diversa. Solo uno contiene la spia ottica grandangolare (quello che sta in mezzo del box, dell’uomo) che allontana l’immagine che vediamo e distorge la parte laterale del campo visivo (effetto “fish eye”) però è l’unico foro che copre tutto il campo visivo.
L’interno del box contiene due diaproiettori che proiettano le immagini diagonalmente su due schermi posti a chiusura degli angoli di fondo dell’art-box.
Sempre nell’interno, subito davanti alla spia ottica si trova il Rotore, lavoro-conversazione tra me e il senso della pittura, scultura e movimento. In una cornice nera (30 X30 cm) si trova una fotocopia su acetato di una delle diapositive usate nelle proiezioni. E’ trasparente, dunque visibile da tutti i latti e altrettanto ci permette di guardare attraverso. La cornice è montata su uno stativo che la mantiene all’altezza dell’occhio umano e la fa rotare sul proprio asse verticale grazie ad un motore elettrico; tutti i materiali utilizzati sono di recupero (timer di lavatrice, tondino da costruzioni, ferramenta recuperata da rottami di elettrodomestici).
Intera proiezione è accompagnata dai suoni di passi registrati dal vivo a Venezia, durante vari momenti della giornata; mattino, pomeriggio, sera, notte profonda. I passi sono sempre diversi; sono tracce sonore di persone che camminano, salgono e scendono i ponti veneziani, corrono, stanno fermi, con tutto il sottofondo di parole, risate, grida, rumori del vivere quotidiano.
Il suono e la luce dei movimenti danno la sensazione di vita, di qualcosa che si sta svolgendo, di pienezzà, di potenzialità. Come sfondo, le diapositive ci mostrano le calli veneziane buie, i ponti con scarsa illuminazione, gli spazi davanti alle abitazioni. Venezia è mostrata come qualcosa di stanco, scuro, morto, vuoto, come una specie di tomba culturale. Una tabula rasa che grazie alla presenza di gente e della luce dei loro movimenti potrebbe cambiare, potrebbe diventare una città viva.
La seconda serie delle diapositive è stata fatta a Fiume, poco prima dell’inaugurazione della Biennale Giovani, proprio perché la stessa idea può coinvolgere diverse città. Questo movimento continuo, reale o fittizio che sia, riabilita lo spazio urbano, allontana fino a renderlo estraneo ciò che era vicino, istituisce la dimensione dell’assenza.
Nelle mie immagini non è l’aspetto spaziale determinante, lo spazio e il luogo sono appena definiti. Queste immagini sono un assurdo temporale; ci mostrano le tracce del movimento dell’uomo. Mentre le sagome rimangono impresse, l’uomo svanisce in nulla, risulta non esistente nelle fotografie perché è già passato, consuma già un altro tempo.

(1997)

 


See the article Biennale of Young Artists from the Mediterranean, Museum of Modern Art Rijeka, Croatia, by Natasa Ivancevic, from the catalogue of the exhibition, 1 July - 30 September 1997.